L’evoluzione delle telecomunicazioni italiane, fra partecipazione pubblica, consolidamento di mercato e sostenibilità della concorrenza

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L’ingresso, per sostituzione di Vivendi, dell’azionista Poste Italiane in Tim apre ad una riflessione circa la partecipazione dello Stato in alcuni layer delle Tlc italiane, tenendo anche in dovuto conto le azioni di consolidamento sul mercato già avvenute e che verosimilmente avverranno ancora. Consentire e mantenere un’adeguata competizione fra gli operatori rimasti attivi -piccoli o grandi che siano- grazie ai soli propri risultati economici è il presupposto per assicurare una sostenibile transizione digitale per il Paese, per tutte le aziende che operano in questa Industry e per i suoi cittadini.

di Massimo Comito

La coraggiosa strategia perseguita dall’AD di Tim e cioè lo splitting in ServCo (la nuova Tim retail) e NetCo (la nuova Fibercop con 20.000 dipendenti), si è felicemente attuata affiancandosi al progetto di Poste Italiane che arriverà ad un po’ meno del 25% di partecipazione azionaria in Tim retail (attraverso le quote rilevate da Cdp e dall’azionista francese Vivendi), a meno di modifiche legislative dell’ultima ora sulla “soglia scatta Opa”.

In questo nuovo scenario, la partecipazione pubblica nel mondo delle tlc italiane diventa rilevante, e direi in linea con il rinnovato interesse dei governi europei nei confronti delle telecomunicazioni nazionali che ha l’obiettivo di dare stabilità ai grandi operatori dei propri Paesi: solo per citarne alcuni la Spagna -dove lo Stato ha recentemente acquisito un ulteriore pacchetto azionario del 10% in Telefonica- la Francia -dove Stato possiede il 23% di Orange e ha recentemente acquisito l’80% di Alcatel Submarine Networks- la Gran Bretagna -dove il Governo britannico è intervenuto sulla recente acquisizione da parte di e& (la ex Etisalat degli Emirati Arabi Uniti) di Vodafone, per “problemi di sicurezza nazionale”.

In estrema sintesi, la situazione italiana è la seguente: il MEF è azionista di maggioranza di Cdp, detiene il 29,6% di Poste Italiane e ha una partecipazione diretta del 16% in Fibercop, ad oggi uno degli operatori wholesale only italiani. Cdp detiene direttamente il 35% in Poste Italiane -che, oltre a possedere precisamente il 24,81% nella nuova Tim, opera come MVNO con circa 4 milioni di clienti nei servizi mobili- e il 60% in Open Fiber, l’altro operatore wholesale only che dovrebbe completare il piano di delivery delle infrastrutture nelle aree bianche e in parte delle aree grigie: le aree dove nessun operatore privato, trova economicamente sostenibile costruire infrastrutture di rete.

Poi, ormai una realtà che si fa strada anche nel resto dell’Europa, il consolidamento del mercato degli operatori italiani: già avvenuto e quasi del tutto operativo quello di Wind con Tre, in via di completamento quello di Fastweb con Vodafone Italia, dietro l’angolo quello fra la Tim retail -così come è oggi o ulteriormente divisa fra Enterprise e Consumer- con Iliad, Poste Italiane permettendo.

Ulteriori punti di attenzione sono quelli dell’Msa (Master service agreement) che è parte degli accordi che la nuova Tim e la nuova Fibercop hanno comprensibilmente messo a punto per il completamento dello scorporo della rete a metà del 2024 ed il rinnovo delle licenze 5G agli operatori mobili licenziatari.

In particolare, l’Msa è un accordo commerciale che, da quello che è dato sapere, definisce -fra le altre tecnicalità quali la durata, l’esclusività, ecc.- i prezzi degli accessi forniti all’ingrosso da Fibercop a Tim, per i propri clienti finali, sulla base di “sconti secondo le quantità ordinate”. Le quantità di accessi ovviamente sono quelle ordinate da un incumbent e quindi sono elevate, consentendo a Tim di ottenere dei prezzi -solo in teoria replicabili ad altri operatori- più convenienti degli altri compratori. Che sono Aziende a cui uno Stato liberale non può che dover assicurare il diritto di crescere sul mercato retail dei servizi di telecomunicazione ma che, allo stesso tempo, non possono “ordinare” a Fibercop la mole di accessi di Tim per ottenere gli stessi prezzi: il gatto che si morde la coda, devi crescere ma non puoi crescere perché non accedi ai prezzi all’ingrosso che ti consentirebbero di farlo. Su questo punto è in corso l’analisi dell’Antitrust che dovrà forse individuare “quantità pesate”, “normalizzazioni” e altre soluzioni ragionate per ristabilire un equilibrio nel mercato wholesale utilizzando strumenti normativi e regolatori “leggeri” che dovranno aiutare anche a gestirei i futuri processi di consolidamento senza escludere i piccoli e medi operatori.

Sul versante licenze 5G argomenti molto discussi quali la dilazione dei pagamenti delle frequenze agli operatori assegnatari, l’innalzamento dei limiti elettromagnetici, le richieste di estensione gratuita della loro durata, potrebbero rappresentare una variazione strutturale dei bandi di gara con cui queste licenze sono state assegnate che potrebbe introdurre effetti distorsivi del mercato di cui si dovrebbe tener conto.

Ma non possiamo fermarci qui per fare una disamina che tenga conto di tutto il mercato. Anche in Italia come nel resto dell’Europa, sono presenti medi e piccoli operatori privati (ISP, Operatori fissi, MVNO) ma non per questo meno importanti sia per quanto hanno già realizzato che per quanto potranno aiutare la tanto aspettata transizione digitale italiana. Tutti operatori ben radicati sul territorio -che si muovono secondo le uniche leggi di mercato da tener presenti- che costruiscono appunto reti ed infrastrutture solo in aree dove trovano sostenibilità economica ad investire e comprano dagli operatori wholesale nelle aree dove gli investimenti non sono convenienti. Essi rappresentano un asset altrettanto importante per il Paese per la realizzazione di una “sana e spedita” digitalizzazione. Operano spesso con una maggiore flessibilità realizzativa, garantiscono una reale vicinanza al cliente risolutiva di problemi legati al digital divide, assicurano il mantenimento di una necessaria concorrenza per far crescere la qualità dei servizi ed assicurare prezzi sostenibili ai cittadini. Salvaguardare la sostenibilità di questi operatori sarà un altro importante obiettivo delle istituzioni del nostro Paese.

In ultimo il tema tanto dibattuto di un’eventuale fusione fra Fibercop e Open Fiber o la parte di essa che gestisce la rete nelle aree a bianche e grigie: le aree dove, ricordiamolo sempre, nessuno o pochi trovano conveniente costruire la rete per cui sono vitali gli investimenti pubblici.

Un tema cui sono sottesi argomenti di posizionamento strategico di un Paese che riguardano l’opportunità per lo Stato di essere presente, direttamente o indirettamente, sia nella gestione dei servizi ai clienti finali che delle infrastrutture ma soprattutto la necessità di assicurare a tutti gli operatori, nessuno escluso, la possibilità di competere ad armi pari nel proprio territorio.

Si tratta a questo punto solo dell’affinamento del proprio posizionamento -che andrebbe decisamente sostenuto anche nei confronti dell’Europa- su reti di accesso e di dorsale, su gestione dei servizi ai clienti finali, su servizi ed infrastrutture di cloud, sulla sicurezza, sui cavi internazionali, sull’opportunità di tenere in vita una sana concorrenza anche infrastrutturale adeguandosi ai principali paesi europei senza ispirarsi invece al modello nord americano dove sono solo i pochi operatori, e non i cittadini, ad avvantaggiarsi di una “limitata” concorrenza.

In conclusione, trovare un equilibrio tra la partecipazione dello Stato nei layer strategici delle tlc e il mantenimento di un ecosistema competitivo dovrà essere un riferimento da seguire in questa fase: da un lato, il consolidamento può favorire la forza economica e la capacità di investimento; dall’altro, il rischio di concentrazione eccessiva può mettere a repentaglio la pluralità del mercato e la sua capacità di soddisfare le esigenze diverse degli stakeholder.

Individuata allora la migliore strategia da realizzare circa la presenza dello Stato su tutta la filiera dei servizi di telecomunicazione con un occhio al recupero della “terzietà” almeno nel mercato degli accessi, non sarebbe meglio defilarsi dalla gestione di qualche layer e lasciar fare di più al “mercato”?

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