Smart-working e rilancio delle aree interne

L’emergenza sanitaria causata dal Covid-19 ha accelerato forzosamente alcuni processi digitali che in Italia sembravano procedere a rilento. Negli anni recenti sono iniziati a susseguirsi progetti ed interventi finalizzati al recupero delle aree interne che oggi potrebbero trovare delle opportunità di rilancio nelle nuove sfide digitali dello smart-working.

Di Gian Marco Iulietto

Una delle principali accelerazioni imposte nell’Italia del periodo pandemico è caratterizzata dal lavoro agile o c.d. smart-working.

Nell’ordinamento italiano esso è definito dalla Legge n. 81/2017 come “una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa”. Durante questa fase il Governo ha emanato delle disposizioni di legge volte a favorire – ma di fatto non erano presenti alternative – l’adozione dello smart-working sia nel settore pubblico che privato.

Nonostante il termine anglofono utilizzato nel nostro Paese, all’estero questa modalità di lavoro è conosciuta da tempo come telecommuting, remote working o più informalmente working from home, da cui l’acronimo WFH.    

Partendo da quest’ultima definizione si comprende meglio come il cambiamento radicale della modalità di lavoro è costituito dalla postazione di lavoro in un proprio spazio privato. Se da un lato il lavoratore ottiene maggiore tempo per i propri affetti ed attività, dall’altro si decongestiona il fenomeno del pendolarismo e dell’inquinamento urbano verso un concetto di città più ecosostenibile.

Come si evince dagli ultimi dati ed esperienze, tuttavia, la quasi rivoluzionaria modalità di lavoro si scontra con due principali fattispecie che ne delimitano per il momento i confini in Italia:

  • L’alfabetizzazione digitale dei lavoratori;
  • Le carenze delle aree interne.

In favore della prima criticità questo marzo l’AgID ha elaborato un documento che traduce e riassume il quadro di riferimento per le competenze digitali dei cittadini (DigComp 2.1) che individua cinque aree di competenza che a mio parere sarebbero meritevoli ognuna di trattazione specifica: 1) alfabetizzazione su informazioni e dati; 2) comunicazione e collaborazione; 3) creazioni di contenuti digitali; 4) sicurezza; 5) risolvere problemi.

Tali competenze costituiscono una necessità per i numerosi lavoratori in smart-working della PA o nel settore privato che hanno meno dimestichezza e spirito critico nell’utilizzo delle nuove tecnologie, vuoi per un motivo di età o per una carenza lapalissiana nel percorso formativo, e da cui deriva poi la produttività individuale.

Nel 2019 l’Italia ha iniziato ad avere dei risultati positivi in tema di digitalizzazione con la messa in campo di strumenti come l’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR), del pagoPA, delle fatture elettroniche e del Fascicolo Sanitario Elettronico. Questi bisogni del lavoratore, ma anche del cittadino in generale, trovano riscontro nel c.d. principio del lifelong learning che a livello globale due colossi che hanno a che fare con miliardi di utenti, come Facebook e Microsoft hanno saputo cogliere particolarmente.

Per quanto concerne, invece, la questione delle aree interne noi siamo a conoscenza che circa il 60 per cento del territorio nazionale è costituito da piccoli comuni situati in queste aree. Nel corso degli ultimi decenni questi hanno visto un continuo spopolamento in favore delle grandi città per rispondere all’esigenza di servizi ed infrastrutture, anche in special modo tecnologiche.

Recentemente sono iniziati progetti ed interventi volti al recupero dei territori per valorizzare le loro peculiarità turistiche, climatiche ed enogastronomiche. Peraltro, Il Parlamento europeo ha deciso, nell’ambito della nuova programmazione 2021-2027 del FESR, lo stanziamento del 5 per cento di risorse a favore delle aree interne. Certamente l’investimento su questi luoghi dovrebbe essere molto ingente per raggiungere forse brevemente i risultati sperati perché la conformazione territoriale ed alcune volte la mancanza di programmazione nel tempo non lasciano un’eredità particolarmente favorevole, ma le risorse non solo illimitate.

Le aree interne nell’Italia post-coronavirus potrebbero comunque incontrare un’opportunità di rilancio non solo per il turismo locale puro ma anche favorendo lo smart-working.

I borghi italiani, coadiuvati dall’incentivo ad acquisire nuove competenze digitali e da interventi adeguati sulle infrastrutture tecnologiche – basti pensare anche a velocizzare la burocrazia per la copertura della fibra e del 5G – potrebbero creare nuovi benefici economici.

Le riflessioni precedentemente accennate riguardanti lo stile di vita da rivedere e l’accesso al lavoro da remoto si presterebbero a favorire quei territori che dispongono di un ambiente naturale più salutare rispetto alle metropoli. A titolo esemplificativo, ad esempio, sviluppatori, social media manager, programmatori che non necessitano di presenza fisica o freelancers potrebbero ottenere dei vantaggi da questi ambienti e dal costo della vita ridotto. Basti pensare agli innumerevoli immobili, spesso anche patrimoni artistici, riqualificabili con la possibilità di larghi spazi con accesso al verde.   

L’economia digitale, se adeguatamente incentivata, potrebbe fondersi con la storia e la tradizione dei comuni italiani per abbattere le barriere fisiche e creare nuove e qualificate forme di occupazione giovanile rilanciando le nostre magnifiche zone d’Italia da riscoprire.

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