Covid-19, stagnazione economica e il plusvalore europeo

plusvalore europeo

La concentrazione degli Stati sulle fonti finanziarie evidenzia, senza volerlo, il punto debole del sistema economico, l’assenza del plusvalore europeo e del potere di acquisto diffusi.

di Fabrizio del Franco

Un saluto per POST

A corredo di questo primo articolo, in qualità di co-fondatore di POST, mi sono sentito in dovere di rispondere ad una domanda semplice, ma spontanea. 

C’era proprio bisogno dell’ennesimo sito di informazione economico-sociale? Per di più in un emergenza pandemica in corso? 

Chiaramente se con alcuni bravi manager e professionisti lo abbiamo fatto la risposta ce la siamo già data. Ci sembra ineludibile, in tale difficile contesto, dare un contributo a definire una strategia economica lungimirante fondata sull’utilizzo degli strumenti tecnologici disponibili in favore degli Stati e dei cittadini. 

La chiave di volta, per evitare di guardare con timore al futuro e di voltarsi indietro chiudendosi in sovranismi senza prospettiva, è quella di rendere progresso sociale il progresso tecnologico, rendendo facilmente fruibili per i cittadini i benefici disponibili, sia in termini di maggiori servizi e semplicità nella compliance normativa, sia in termini di sviluppo dei nuovi settori strategici per il Paese.

L’idea di POST, nasce infatti come una riflessione sugli elementi fondanti delle Nazioni, POpolazione Sovranità e Territorio, declinati nella loro nuova essenza, alla luce delle sopravvenute frontiere tecnologiche disponibili, da porre a servizio dell’uomo-cittadino e dei policy-makers, intesi come civil servants. 

POST vuole essere infatti un luogo di proposte innovative per la riscoperta del valore aggiunto europeo, fondato nella convinzione che ciò sarà possibile solo attraverso una attenta analisi di ogni aspetto dell’azione pubblica e privata oggi conosciuta, una spinta verso una maggiore efficienza ed efficacia, una diffusione per il cittadino delle nuove tecnologie disponibili, una ricostruzione del potere di acquisto diffuso ed una programmazione economica ragionata di medio e lungo periodo del sistema Paese. Di seguito con un mio articolo rivisitato sui riflessi POST di medio periodo della difficilissima situazione economica internazionale.

Al momento, con una pandemia in corso, le risposte di politica economica alla straordinaria crisi che sembra prospettarsi sono essenzialmente di carattere finanziario. Per l’emergenza Covid-19, tutti gli Stati hanno caricato i “bazooka” finanziari di alcune migliaia di miliardi di unità espresse in Euro, Dollari e Sterline etc. con somme ascritte ai debiti Sovrani; sono stati distribuiti out of pocket money ai più bisognosi e aperte garanzie per linee di credito e indebitamento delle imprese. E’ saltato il patto di stabilità e i deficit degli Stati colpiti a fine anno arriveranno al 5-10% del PIL che scenderà rispetto alle rispettive alle previsioni iniziali mediamente del 7%. L’ Allentamento monetario e le misure a sostegno dei redditi sono state accolte dai mercati favorevolmente ed hanno prodotto la temporanea riduzione degli spread e un generale recupero delle Borse europee che ytd tuttavia perdono ancora in quasi tutto il mondo tra il 25 e il 30%. 

Se questa è forse l’unica soluzione percorribile nel breve periodo, non si intravedono provvedimenti destinati alla ragionata ripartenza economica nel lungo periodo. 

Famiglie e imprese per effetto del prolungato lockdown stanno soffrendo ed alla fine della pandemia si ritroveranno più indebitate, in un sistema di regole e distribuzione invariato, con una ripresa delle attività, soprattutto per aziende private e lavoratori autonomi, che sarà molto difficile. 

Ma facendo un passo indietro di pochi mesi, prima della pandemia, dovremmo ricordare come, dopo la terribile esperienza greca, famiglie e imprese, nei paesi economicamente meno forti avessero già ridotto i consumi e non intendevano indebitarsi per innovare anche causa delle politiche economiche orientate ad aumentare le tasse e non a contenere la spesa pubblica. La domanda non cresceva e gli individui temevano ulteriori deterioramenti dei loro redditi, mentre la redditività delle aziende era in continuo calo.

Oggi, in fase emergenziale, la sensazione complessiva è che tutti gli Stati si siano preoccupati di garantire liquidità al sistema economico, aumentando il debito pubblico o quello privato, ma poi cosa dovremmo aspettarci?

D’altro canto John Maynard Keynes, a inizio secolo scorso, sosteneva che “nel lungo periodo siamo tutti morti” riferendosi alla necessità di fornire risposte di politica economica con efficacia quanto più possibile immediata, poiché misure che avessero avuto effetti nel lungo periodo non avrebbero consentito la sopravvivenza della popolazione, cosa che oggi appare in tutta la sua evidenza e che giustifica in una certa misura (da identificare), i provvedimenti odierni.

Occorre tuttavia rilevare come alcune riviste internazionali come l’Economist, il Wall Street Journal ed altre tornino ciclicamente a rispolverare il concetto di stagnazione secolare, per indicare quelle condizioni economiche generali che non consentono più, nel loro complesso, lo sviluppo economico inteso come incremento stabile del PIL, portando quindi a configurare una situazione di sostanziale stagnazione di lungo periodo definita appunto secolare.  

Il copyright di “secular stagnation” è dell’economista americano Alvin e risale al 1938, ed è stato spesso aggiornato e ripreso in consessi internazionali da importanti economisti.

In tal senso fa riflettere il fatto che oggi, con una pandemia in corso di cui non conosciamo ancora gli effetti futuri, la situazione delle economie avanzate, dopo che nel sistema sanguigno dell’economia globale sono stati iniettati migliaia di miliardi di dollari, euro, yen e yuan, è più o meno la medesima di quella successiva alla crisi economica generata dal crollo del mercato dei sub-prime del 2007. Tredici anni quindi nei quali sembrerebbe iniziata una sorta di stagnazione secolare. 

Per gli economisti il concetto di stagnazione secolare è definibile “not normal” e li pone nella condizione di cercare una spiegazione teoricamente plausibile a una realtà che non combacia con le indicazioni dei modelli economici prevalenti sino ad oggi conosciuti. Sul punto il dibattito, al netto della pausa emergenziale degli ultimi due mesi, è vivo soprattutto in America, scarso in Europa, quasi assente in Italia.

Il concetto di stagnazione “secolare” infatti è oggi largamente sopraffatto dall’emergenza Covid-19, dai dibattiti su Mes, Eurobond, Covidbond etc., e dalle previsioni sull’entità del crollo del prodotto interno lordo e dalla masse monetarie necessarie a compensarla. 

Eppure la questione che dovrebbe interessare il futuro delle economie avanzate è proprio quella della interazione della politica economica di medio lungo periodo con la stagnazione “secolare” già portata all’attenzione del Fondo Monetario Internazionale nel 2016 da Pier Carlo Padoan e dall’ex segretario al Tesoro americano Larry Summers, in un discorso che ebbe allora una qualche eco significativa. 

Oggi la domanda da porsi è infatti se l’economia, che già viaggiava stancamente al di sotto del suo potenziale senza che gli strumenti tradizionali, monetari e fiscali, riuscissero a risollevarla, stia davvero per entrare in una lunga fase di recessione dalle conseguenze politiche e sociali incalcolabili per le nostre democrazie? 

Ed in tal caso come se ne uscirà? 

Per rispondere a questa domanda potremmo partire dalle curiose analogie con la grande depressione economica americana del 1929 le cui conseguenze si trasmisero in tutto il mondo e si protrassero per oltre un decennio. 

Dopo il crollo di Wall Street, ci fu una grave crisi economica e finanziaria che sconvolse l’economia dei paesi sviluppati (si salvarono per motivi diversi Russia, Svezia e Giappone). 

Solo per ricordarne brevemente le cause si può dire che dopo la prima guerra mondiale gli Stati Uniti d’America conobbero un certo periodo di prosperità e progresso socio-economico. Tuttavia agli investimenti e al continuo aumento della produttività, non corrispose da un lato una proporzionata crescita del potere d’acquisto, dall’altro un sistema finanziario responsabile.  Non furono infatti posti limiti alle attività speculative e si crearono bolle speculative. Il valore dei prodotti finanziari corrispondeva sempre meno a un effettivo aumento della produzione e della vendita di beni, tanto che, dopo essere cresciuto molto per via della speculazione economica diffusasi a tutti i livelli in quegli anni, questo scese rapidamente e costrinse i possessori di titoli a una massiccia vendita, che provocò il noto crollo della borsa. 

La situazione fu poi aggravata dalla stretta interconnessione che legava il settore industriale a quello bancario. Ciò diede origine ad una crisi di liquidità di ampie dimensioni che trascinarono nella crisi le industrie costrette a chiudere e licenziare con una conseguente diminuzione di occupazione salari e consumi, bloccando quasi completamente l’economia americana. A seguire una crisi di sovrapproduzione, con conseguente calo della produzione di quasi il 50% tra il 1929 e il 1932. La grande crisi si propagò rapidamente a livello mondiale, presero piede l’introduzione di misure protezionistiche con effetti sul sistema economico globale che cinque anni dopo il 1929 facevano registrare ancora nei singoli stati decrementi di PIL dal 15 al 35% rispetto al periodo pre-crisi. 

All’epoca gli Stati Uniti uscirono dalla crisi soprattutto grazie alla guerra e all’aumento di domanda e spesa pubblica che ne derivò, tanto che gli storici vedono nella prima i germi della seconda guerra mondiale. 

Allora, come probabilmente oggi, insomma le economie erano finite in ginocchio per effetto di una carenza di domanda e dell’insufficiente potere di acquisto, di una finanza speculativa, di una commistione tra banche commerciali e banche di affari ed del conseguente eccessivo del ricorso a politiche monetarie espansive a fronte di un rallentamento valore aggiunto connesso alla produttività. 

Le similitudini sembrerebbero davvero molte con la situazione di oggi, ma con una differenza, almeno per l’Italia e l’Europa, che si lega alla demografia ed alla distribuzione del progresso tecnologico.   

Da qualche anno infatti, si direbbe che il rischio di una stagnazione lunga (secolare) sia qualcosa di più che una mera teoria ma un fenomeno in cui siamo inconsapevolmente già entrati.

Lo ammettono illustri studiosi di importanti scuole economiche e correnti di pensiero (Paul Krugman, Olivier Blanchard, Richard Koo, Robert Gordon il nostro Pier Carlo Padoan etc.) ma non c’è ancora una consapevolezza politica del fenomeno e una visione condivisa sulle cause e sui rimedi.

Infatti alcuni sostengono che la FPP (frontiera delle Possibilità di Produzione) si sia strutturalmente abbassata a causa delle tendenze demografiche, della crescita delle disuguaglianze, e dell’alto indebitamento degli Stati sovrani in favore delle multinazionali che presidiano lo sfruttamento delle innovazioni tecnologiche.

Per altri, tecno-ottimisti, saremmo alla vigilia di una nuova età dell’oro per le economie avanzate grazie alle scoperte senza precedenti legate all’intelligenza artificiale (5G, big data, robotica, tecno-medicina, stampanti in 3D etc.). 

Tra i due estremi chiaramente vi sono poi numerose sfumature di grigi.

L’approccio condiviso dalle istituzioni internazionali e dalla maggioranza delle Banche centrali, chiama in causa l’attuazione di politiche strutturali (concorrenza, capitale umano, training, flessibilizzazione dei mercati) volte a stimolare la produttività dei fattori e la carenza di domanda, soprattutto di investimenti, che non può essere coperta con i tradizionali stimoli monetari. 

Secondo altri studiosi invece, solo una politica fiscale e una spesa pubblica molto aggressive potrebbero compensare il vuoto di domanda aggregata, consapevoli tuttavia come questa sia anche una strada difficile da percorrere per i governi perché regressiva e non popolare elettoralmente. 

Secondo altri infine la “colpa” dell’attuale situazione si dovrebbe ascrivere all’accumulo di debito pubblico e privato ed alla finanziarizzazione dell’economia dove i cicli finanziari – caratterizzati da fasi di boom e di crollo dei mercati – avrebbero preso il sopravvento sui cicli economici reali come lo scoppio della bolla dei sub-prime nel 2007 e gli avvenimenti ad essa seguiti. 

In un ampio dibattito, ancora aperto, viene in mente e sembra utile approfondire l’altra famosa espressione di Keynes “tu puoi portare un cavallo al fontanile ma non puoi costringerlo a bere”. 

Le misure finanziarie prese dagli Stati sembrano infatti sforzi finalizzati a far sopravvivere un cavallo che, se anche sopravvivrà, non avrà in futuro nessuna voglia di bere, in assenza di nuove condizioni economiche di investimento, per la creazione di un valore aggiunto ormai rarefatto nell’economia reale.

L’economia reale infatti non sembra riuscire a generare remunerazioni sufficienti per le enormi masse monetarie in circolazione con la conseguenza che gli interessi pesano in misura sempre maggiore rispetto ai risultati economici delle aziende.

Basti pensare che l’indebitamento dell’economia pubblica e privata Italiana (prima del tax burden aggregato di oltre il 43% del PIL), deve annualmente generare interessi, plusvalenze e dividendi per circa il 22% del PIL, per comprende facilmente come il peso delle masse di credito/debito sull’economia reale sommato a quello della amministrazione dello Stato in generale, rendano antieconomica, al netto del costo dei fattori, la produzione stessa dei rendimenti diffusi nelle piccole e medie imprese. E resta quindi vero il fatto che, al netto della pandemia in corso, non è possibile obbligare il cavallo a bere.

Quando una parte eccessiva di salari, stipendi e profitti viene sottratta al ciclo economico da nuove tasse e interessi finanziari sulle masse debitorie, la domanda di beni, servizi e investimenti diminuisce anche in presenza di tassi di interesse molto bassi e la stagnazione “secolare” si ripropone drammaticamente nella sua dimensione reale. 

A ciò una notazione incidentale aggiuntiva può essere infine aggiunta anche sul tema dell’etica e della lenta manifestazione di solidarietà europea che in un contesto emergenziale come quello presente non ha altro effetto che far riaffiorare particolarismi e nazionalismi mai sopiti. Il Plusvalore Europeo (non volendo rievocare una definizione ormai lontanamente marxiana) non è solo costituito da un valore aggiunto di tipo tecnologico ma è soprattutto la somma di valori etici, di tutela dei lavoratori, degli imprenditori, dei piccoli risparmiatori, delle minoranze, dei cittadini, della solidarietà e della qualità, valori immateriali che vanno difesi per una supremazia culturale altrimenti inesistente.

Quali sono quindi le risposte POST da mettere in campo per cambiare rotta?

Limitare il ricorso alle fonti finanziarie per la sola fase emergenziale, individuare i settori strategici da promuovere per investire nel rinnovamento del sistema produttivo, utilizzare le nuove tecnologie per la velocizzazione dei processi amministrativi e ripensare il controllo di una corretta competizione globale nel rispetto degli standard nazionali di produzione. Nuovo debito o nuova moneta possono servire a tamponare le falle di un sistema economico miope, instabile ed agevolare la ripartenza, ma devono essere affiancate da politiche economiche e scelte chiare per ritrovare il valore aggiunto ed i vantaggi competitivi relativi degli Stati europei ed un necessario potere di acquisto diffuso.

Siamo di fronte ad un bivio dove solo riuscendo a cogliere i punti di debolezza evidenziati dalla tremenda crisi pandemica e sistemica in corso, ritrovando il plusvalore etico ed economico dell’Eurozona, fondamento dell’idea di Europa di Ventotene, sarà possibile evitare di chiudersi in particolarismi e sovranismi, strade dirette ad una nuova stagnazione e depressione economica diffusa. 

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